viernes, 1 de noviembre de 2019

Fluir





[ir a la versión en castellano ]


Cada vegada que llegeixo (i rellegeixo) els versos del poeta Horaci

Eheu fugaces, Postume, Postume labuntur anni
Ai Pòstum, Pòstum que fugaços s’escolen els anys!

Gairebé sempre associo el verb labuntur lliscar, escolar-se, amb el fluir de l’aigua d’un riu que avança inexorable, ara saltironant entre roques granítiques i arbres centenaris, ara en abrupta cascada, ara en meandres mandrosos. I de forma quasi natural sorgeix la metàfora de la vida i els rius ‘que van a dar en la mar, que es el morir’, com cantava Manrique.
La meva reflexió d’avui vol entretenir-se precisament en aquest mot: fluir.
Fluir, del llatí fluere, fluxi, fluxum, verb intransitiu de la 3a conjugació. D’aquí deriven els mots flumen i fluvius, que signifiquen ‘allò que flueix’, o sigui, ‘riu’. D’aquests mots llatins deriven directament  l’italià ‘fiume’ i el francès ‘fleuve’, i de fluvius pren el seu nom un riu ben empordanès, el Fluvià.
Si parem atenció, podrem constatar que el verb fluir té gairebé sempre una connotació positiva: ens agraden les coses que “flueixen”, ja sigui una relació amorosa o d’amistat, una pel·lícula interessant o un bon llibre.
Ara bé, a partir del mot primari, hi apareixen altres mots secundaris, de la mateixa arrel, però amb l’afegit dels prefixos, que no són altra cosa, tot sigui dit, que preposicions llatines enganxades al mot. Aleshores la paraula altera i concreta el seu significat primari i s’omple d’enriquidors matisos.
Així, si hi ajuntem la preposició ad, que indica direcció o acostament, trobem el verb ad-fluere, afluir, un verb que no s’utilitza en les seves formes conjugades, jo aflueixo, tu aflueixes, però sí en la forma del participi de present, afluent, que com bé sabem és un riu que va cap a un altre riu, que s’hi acosta i que s’hi ajunta.
Amb la preposició in, que dóna la idea de dirigir-se cap a l’interior, entrar, tenim in-fluere, influir. Aquest verb el conjuguem sovint: jo influeixo, tu influeixes... I ara que estan tan de moda els “influencers”...  
Etimològicament parlant, quan algú “influeix” sobre algú altre, en certa forma està introduint el seu corrent en el corrent de l’altre i li fa canviar la seva essència primigènia (en positiu o en negatiu, perquè ja sabem que hi ha molts tipus d’influències).
Tenim també re-fluere, refluir, tornar a fluir, un altre verb que no es fa servir en les seves formes conjugades, jo reflueixo, tu reflueixes... però sí que fem servir el mot reflux, originat a partir del participi refluxum, i que, per tant, no és res més que un refluït, ja sigui el de les onades del mar o el d’algun excés alimentari...
I un verb que he redescobert recentment a partir d’animades converses filosòfiques amb uns bons amics: confluir, del llatí con-fluere, amb la preposició llatina cum, que indica companyia. La idea bàsica que transmet aquest mot és la de dos rius que “conflueixen” en algun moment del seu curs, però des de la igualtat i sense perdre la pròpia essència: cap dels dos és afluent de l’altre, ja que tots dos són principals.
I si passem del sentit objectiu i neutre del mots al pla de la metàfora,  podem trobar que en el riu de la vida passa el mateix, discorrem cap al mar amb la nostra pròpia naturalesa: rius tranquils i assossegats, rius curts i violents, uns amples i cabalosos, d’altres secs la majora part de l’any i que reflueixen amb les pluges de la tardor i la primavera...
I al llarg del nostre curs, abans de diluir-nos en la mar acollidora, (‘El río anuda al mar su lamento obstinado’, com deia Neruda), entrem en contacte amb altres aigües, amb altres rius que ens aflueixen, que ens influeixen i amb qui, potser, arribarem a confluir sense deixar de ser nosaltres mateixos.
Permeteu-me, per acabar, una petita excentricitat lingüística: hi ha verbs que no es donen en la nostra llengua, però que podrien molt bé existir i que us convido a posar sobre la taula o sobre el paper. Se me n’acuden uns quants: exfluir, fluir des de dins nostre cap afora; profluir, fluir en favor d’una bona causa; subfluir, fluir de manera oculta, com l’aqüífer que viatja sota terra; transfluir, fluir més enllà de nosaltres; i un que és més freqüent del que podríem pensar: disfluir, deixar de fluir amb aquell riu amb qui durant un temps havíem confluït.

Nota creativa: aquest breu post, fluid o no –vosaltres direu- ha nascut a Figueres el dia de Tots Sants, quan la tardor comença a mostrar-se amb tota la seva decadent plenitud. La imatge és una foto d’un raconet del riu Fluvià. El tema musical d’avui es Pasa la vida, de l’àlbum Blues de la Frontera (1987), de Pata Negra. Suposo que pel vers que diu:

‘Pasa la vida, igual que pasa el río cuando busca el mar’.

Si voleu escoltar la cançó la teniu en
https://www.youtube.com/watch?v=Ckulz6XTXnw



sábado, 1 de junio de 2019

IL BALLO


Il Ballo

Questo scritto vuol essere un modesto esempio di gratitudine verso le persone gentili che ho avuto la fortuna di trovare durante il breve soggiorno ad Andes e a Mantova, patria di Virgilio: vorrei citare esplicitamente Nadia, la proprietaria del B&B dove ho alloggiato, che appare in questo scritto e altre persone di Mantova che non appaiono: Raffy e Giuliano delle crociere fluviali AndiNaves, e il professore Rodolfo Signorini, presidente dell’accademia Virgiliana di Mantova. Ci sono altre persone delle quali non ricordo il nome: camerieri, conservatori di musei, negozianti...
Tutti quegli che hanno reso le mie vacanze a Mantova, ricche, dolci e indimenticabili.
Per deferenza verso di loro ho deciso di mettere il testo prima in italiano e poi in catalano. La traduzione catalano-italiana è merito della mia compagna Bel Sabadí.
Ai Mantovani e a Bel, grazie mille, e che Virgilio vi accompagni.

Le vacanze virgiliane di questo caldo mese di luglio ad Andes-Pietole stanno per finire. Dopo una settimana istruttiva e intensa, la patria del poeta mi  riserva ancora qualche piacevole sorpresa.
Questo fine settimana è la festa estiva di Pietole. Nadia la proprietaria del B&B in cui soggiorno, ad Andes, mi ha menzionato che di notte c'è un menu popolare con risotto mantovano e orchestra da ballo.
Lei, molto modesta, pensa che non sia una festa così bella come quelle di altri paesi vicini, ma dopo tutto, è la festa del suo paese. Non me la perderei per nulla al mondo.
      All'ora di cena mi portò in paese. Il campo da calcio dietro la chiesa è il luogo scelto per le celebrazioni.  Sei o sette tavoli allungati su cavalletti e sedie pieghevoli in legno occupano quasi tutto lo stadio. All'ingresso c'è un gommone dove si svolge un torneo di calcio sull'acqua ghiacciata.
È divertente vedere come i giocatori perdono l’equilibrio continuamente, anche se alcuni riescono a sfidare le leggi della fisica e giocare la palla in modo sicuro.
Scorgo Nadia tra la gente e mi avvicino per salutarla.
-     Finalmente ti sei deciso – sorride.
Ricambio il sorriso e lei mi presenta la sua famiglia: la mamma, i fratelli, i cognati, i nipoti... Mi invitano a sedermi con loro, ringrazio e accetto la proposta.
      Sono arrivato un po'in ritardo, perché quasi tutti hanno finito di mangiare o stanno per farlo. Mi spiegano come fare. Avrei dovuto portare il mio piatto e le mie posate, ma agli stand del risotto hanno pietà di me e mi lasciano gli utensili essenziali. Prendo un buon piatto, abbondante ed economico e lo accompagno con un bicchiere di vino, anch’esso generoso. Tutte le persone sono super amichevoli.
Col mio piatto e un sorriso smagliante, pensando alla festa che mi attende, mi accomodo a tavola con Nadia e la sua famiglia. Parliamo un po'di tutto. Sono impressionato dalla madre di Nadia. Una donna nonagenaria di grande vitalità. Scopro che visse in prima persona, quando era molto giovane, la Seconda Guerra Mondiale e che fu costretta a lavorare per i tedeschi. Mai prima d'ora sono stato così vicino ad un testimone di quella barbarie, ma stiamo festeggiando e quello di cui si parla è di calcio. Mi chiedono del campionato spagnolo, di Cristiano Ronaldo, Messi… A mia volta chiedo degli azzurri, della Juve… I bicchieri di vino finiscono e ne chiediamo altri.
In seguito arrivail momento del gintonic e di ballare.
Un'orchestra inizia a suonare e le persone portano con sé la stessa sedia pieghevole che avevano usato per la cena, si sistemano attorno alla piccola pista da ballo allestita per l'occasione. La musica suonata dall'orchestra è molto "festosa", di festa maggiore in Lombardia, ovviamente. I pezzi che suonano di più mi sono sconosciuti ma hanno un ritmo che mi è familiare. Nadia mi racconta che sono polske, molto simili al valzer.
Sei o sette coppie hanno immediatamente occupato la pista da ballo e ballano "abbracciati", cosa che ormai non è più di moda nelle mie terre dell’Empordà. Constato che l'età media è tra i quaranta e cinquanta anni, con l'eccezione di alcune coppie più giovani. Gli adolescenti non partecipano. Forse sono andati ad ascoltare la loro musica in qualche angolo delle strade adiacenti.
I ballerini prendono la cosa molto sul serio. Adottano una posizione molto accademica, eseguendo accuratamente i passi. Direi che un giorno alla settimana vanno a lezione di ballo e ora sfoggiano la loro arte, anche seil loro modo di ballare, così simile, mi fa pensare che devono avere lo stesso insegnante. Tra polska e polska, suona qualche canzone italiana moderna, che io sfortunatamente, non conosco. In un momento in cui la pista era rimasta senza coppie, i cantanti dando il massimo, cantarono il successo dell'estate: "Despacito". La pista si è riempita.
Un amico della famiglia di Nadia è venuto a salutare. Ci presentano. Si chiama Rigo e ha più di ottanta anni. Chiede a Nadia di ballare con lui, ma lei dice di essere stanca. Quando si allontana, chiedo a Nadia se non le piace ballare. Lei risponde che non balla da tempo. La mamma di Nadia, che non perde dettagli, mi suggerisce di portarla a ballare -Nadia, non lei-. Accetto la proposta, ma Nadia, nonostante la mia discreta insistenza, non si lascia tentare dalla pista da ballo -Non indosso scarpe adatte-. Le basta dire e risolve il problema con eleganza. Quindi ci sediamo a chiacchierare allegramente mentre i ballerini continuano.
Dopo poco Rigo dice qualcosa ai musicisti. Quando finiscono di cantare la canzone successiva, il cantante si rivolge al pubblico. Ora, una richiesta molto speciale, un tango: La Cumparsita.
Rigo si avvicina a una signora seduta tra due amiche. Stende la mano e la conduce al centro della pista, e all'improvviso, magia. Il resto dei ballerini vanno via immediatamente della pista e la lasciano a Rigo e la sua compagna.
Rigo ha ottanta anni, lei forse settanta. E tuttavia si mangiano la pista con passi eleganti e sensuali, con un'energia insospettata. Indicando i ballerini con ammirazione incontrollata, guardo Nadia:
 -Rigo è incredibile quando balla. È la sua vita-.
E i ballerini si bevono la vita su ogni nota della Cumparsita.

El Ball

Aquest escrit vol ser una humil mostra de gratitud envers les persones tan amables que vaig tenir la sort de trobar en el meu camí durant la breu estança en Andes i Manta, pàtria de Virgili: vull citar explícitament Nàdia, la propietària del B&B on vaig sojornar a Andes, que apareix en aquest escrit, i altres persones de Màntua que no hi apareixen aquí:  Raffy i Giuliano dels creuers fluvials AndiNaves, i el professor Rodolfo Signorini, president de l’Acadèmia Virgiliana a Màntua. Hi ha altres persones que em deixo al tinter, el nom de les quals no recordo: cambrers, conservadors de museus, botiguers... Tots ells van fer que les meves vacances a Màntua fossin riques, dolces i inoblidables.
Com a deferència cap a ells he decidit de posar primer el text en italià i després en català. La traducció català-italià és mèrit de la meva companya Bel Sabadí. Als mantuans i a Bel, gràcies de tot cor, i que Virgili us acompanyi.

Les vacances virgilianes d’aquest calorós mes de juliol a Andes-Piètole i Màntua estan arribant a la seva fi. Després d’una setmana enriquidora i intensa, la pàtria del poeta encara em reserva alguna agradable sorpresa.
Aquest cap de setmana són les festes d’estiu de Piètole. Nàdia, la propietària del B&B on sojorno a Andes, m’ha comentat que a la nit fan un sopar popular a base de risotto mantovano i ball amb orquestra. Ella, molt modesta, opina que no és una gran festa com  a d’altres poblacions veïnes més grans, però que, al cap i  la fi, són les festes del seu poble. No me les perdria per res del món.
A l’hora de sopar m’arribo fins al poble. El camp de futbol que hi ha darrera l’església és el lloc escollit per a la festa. Sis o set taules disposades sobre cavallets i les cadires plegables  de fusta ocupen gairebé tot l’estadi. A l’entrada del recinte hi ha un inflable on es disputa un torneig de futbito sobre aigua glaçada. És molt divertit veure com els jugadors perden l’equilibri una i altra vegada, tot i que alguns d’ells aconsegueixen desafiar les lleis de la física i tocar la pilota amb seguretat.
Veig Nàdia entre la gent i m’acosto per saludar-la.
-Finalemente ti ai deciso -Somriu.
Li torno el somriure i ella em presenta la seva família: la mamma, germans, cunyats, néts... em conviden a seure amb ells i jo els hi agraeixo i n’accepto la proposta.
He arribat una mica tarda, perquè gairebé tothom ha acabat de sopar o són a punt de fer-ho. M’expliquen com funciona el tema. Jo hauria d’haver portat el meu plat i coberts, però en els xiringuitos del risotto es compadeixen de mi i em presten els utensilis indispensables. En prenc un bon plat, abundós i barat i l’acompanyo amb un got de vi, també generós. Tota la gent és molt amable.
Amb el meu plat i un gran somriure, tot pensant en el tiberi que m’espera, torno a la  taula amb Nàdia i la seva família. Parlem una mica de tot. M’impressiona la mare de Nàdia, una dóna nonagenària d’una gran vitalitat. Descobreixo que, quan era molt jove, es va veure obligada a treballar pels alemanys. Jo mai abans havia estat tan a prop de ningú que hagués estat testimoni d’aquella barbàrie. Però avui estem de festa i del que més parlem és de futbol. Em pregunten per Messi, per Cristiano.. Jo els corresponc preguntant pels azzurri, per la Juve... Les copes de vi es buiden i en demanem més.
Arriba l’hora del gin-tònic i del ball.
Una orquestra posa la música en directe i la gent, tot prenent les mateixes cadires plegables que havien fet servir per sopar, s’instal·len al voltant de la petita pista de ball muntada per a l’ocasió. La música que toca l’orquestra és mol de “festa major”, de festa major a la Lombardia, és clar. Les peces que més sonen em són desconegudes però tenen un ritme que m’és familiar, Nàdia em diu que són polkes, molt semblants al vals.
Sis o set parelles han ocupat de seguida l’espai i ballen “agafats”, cosa que ja no s’estila per les meves terres empordaneses. Calculo la mitjana d’edat entre els 40 i 50 anys, amb l’excepció d’alguna parella més jove. Els adolescents no fan acte de presència. Segurament han anat a escoltar la seva música en algun racó dels carreres adjacents. Els ballarins s’ho prenen molt seriosament. Adopten un postura molt acadèmica, tot marcant molt els passos. Diria que reben classes de dansa algun dia entre setmana, i ara mostren les seves bones arts, tot i que, per la forma de ballar, tan semblant entre ells, em fa pensar que han de tenir el mateix professor...
Entre polka i polka sona alguna cançó moderna italiana que jo, per desgràcia, desconec. En un moment en què la pista s’havia anat quedant sense parelles dansaires, els cantants treuen les seves millor armes i canten l’èxit de l’estiu: Despacito. La pista es torna a omplir.
Un amic de la família de Nàdia fa una estona que ha vingut a saludar, Me’l presenten. Es diu Rigo i té més de vuitanta anys. Li demana un ball a Nàdia, però ella diu estar cansada. Quan ell s’allunya li pregunto Nàdia si no li agrada ballar; em respon que fa molt que no ho fa. La mamma de Nàdia, que no perd cap detall, em suggereix que la porti a ballar –a la Nàdia, no a ella-. Accepto la proposta, però Nàdia, malgrat la meva discreta insistència, continua resistint-se a assaltar la pista de ball. -No porto calçat apropiat-. Diu, i acaba la qüestió amb elegància. Així que seguim asseguts, tot xerrant alegrement, mentre els dansaires continuen amb el seu ball.
Al cap d’una estona, Rigo li diu alguna cosa als músics. Quan acaben la cançó que estaven tocant, la cantant es dirigeix al públic:
-Ora una domanda molto speciale, un tango: La Cumparsita.
Rigo s’acosta a una senyora asseguda entre dues amigues. Li estén la mà i la porta al centre de la pista,
I de sobte, la màgia. La resta de ballarins abandona aviat la pista i la deixen sencera per a Rigo i la seva parella.
Vuitanta anys té Rigo, ella potser setanta. I tanmateix, conquereixen la pista a cops de passos elegants i sensuals, amb una energia insospitada.
Jo, tot apuntant cap als ballarins amb admiració no continguda, miro a Nàdia:
–Rigo è incredible quando balla. È la sua vita.
Y els ballarins beuen la vida en cada nota de La Cumparsita.

Nota: Aquesta nota ha pres forma a Figueres, dos anys després dels fets que s'hi relaten. Ja que no  conssrvo cap foto del ball, he posat una posta de sol al Bar La Zanzara, sobre il Laco Superiore, a Màntua. Si voleu escoltar la Cumparsita, podeu punxar en auqest enllaç: https://www.youtube.com/watch?v=6yoLXINtBwE&list=RD6yoLXINtBwE&start_radio=1

sábado, 27 de abril de 2019

Un poco granuja




El post d’avui, aviso d’entrada, és poc consistent. Ho sé, en sóc ben conscient, però em venia de gust escriure’l i aquí el tenim. A més, penso que no sempre estem en condicions o amb ganes d’escriure textos molt profunds o molt elaborats.
O sigui que com que ara feia força temps que no escrivia, trobo que és una bona manera de reprendre el bloc: la velocitat es demostra caminant, com m’agrada dir.
Fa un parell d’anys vaig penjar en aquest mateix bloc un post sobre Malta. La causa estava en alló que alguns anomenen “espiral de sincronies”, per a definir fets i situacions que la major part dels mortals defineix com a “simples casualitats”.
I jo no crec en les casualitats. M’ho heu sentit dir per activa i per passiva, de viva veu o per escrit.
Una altra cosa ben diferent es interpretar les sincronies, saber què ens estant dient, i, si és el cas, actuar-ne en conseqüència.
Pel que fa a Malta, alguns amics em recomanaven que anés a visitar l’illa, a veure què m’esperava allí. No hi vaig anar, i si m’hi esperava alguna cosa, mai ho sabré.
Ara, l’espiral de sincronies és menys insistent que la de Malta, però em fa una certa gràcia. Té a veure amb una cançó que feia molt que no escoltava i que últimament m’assalta per tot arreu. És una cançó que m’agrada força, i, tot escoltant la seva lletra, trobo que s’adiu força amb el meu estat acutal. Bé... Hi ha una frase que no puc sucriure perquè no me la puc aplicar: Es aquella que diu “El colegio poco me enseñó”, tot i que ja sabem que moltes coses no s’aprenen a l’escola, com ara “coger el cielo con las manos”.
Alguns ja heu endevinat que parlo de Fito Cabrales y Fitipaldis. La cançó, “La casa por el tejado”. Amb ella us deixo. Us passo l’enllaç de Youtube i la transcripció de la lletra.

Post data. No tinc ni idea del que m’està dient aquesta sincronia musical... S’admeten interpretacions... (XD!).

Fito & Fitipaldis,
La casa por el tejado


Ahora sí, parece que ya empiezo a entender.
Las cosas importantes aquí
son las que están detrás de la piel.

Y todo lo demás
empieza donde acaban mis pies.
Después de mucho tiempo aprendí
que hay cosas que es mejor no aprender.

El colegio poco me enseño
Si es por esos libros nunca aprendo
a coger el cielo con las manos,
a reír y a llorar lo que te canto,
a coser mi alma rota,
a perder el miedo a quedar como un idiota,
y a empezar la casa por el tejado,
a poder dormir cuando tú no estás a mi lado.

Menos mal que fui un poco granuja.
Todo lo que sé me lo enseñó una bruja.

Ruinas... ¿no ves que por dentro estoy en ruinas?
Mi cigarro va quemando el tiempo.
Tiempo que se convirtió en cenizas.
¡Raro!... ¡No digo diferente, digo raro!
Ya no sé si el mundo está al revés
o soy yo el que está cabeza abajo.

El colegio poco me enseñó...
Si es por el maestro nunca aprendo
a coger el cielo con las manos,
a reir y a llorar lo que te canto,
a coser mi alma rota,
a perder el miedo a quedar como un idiota,
y a empezar la casa por el tejado,
a poder dormir cuando tu no estás a mi lado.

Menos mal que fui un poco granuja.
Todo lo que sé, me lo enseño una bruja.


Nota: Aquest post ha vist la llum a Figueres, ara que són fires i sona la música. La imatge que encapçala me la van fer les meves filles a Madrid, el dia del meu cumple. No sé si semblo molt “granuja”, però les meves filles diuen que estic guapo (no són imparcials, ja ho sé...).

miércoles, 8 de agosto de 2018

August (bis)



Tot continuant la lectura estiuenca de les Saturnalia de Macrobi, i relligant-ho amb l’últim post que tenia com a personatge principal l’emperador August, avui vull compartir amb vosaltres un dels aspectes menys coneguts sobre l’emperador: la seva ironia i seu sentit de l’humor.

Des les dites (dicta) que Macrobi atribueix a August, us n’he fet una breu selecció. Les podeu trobar al llibre 2 de les Saturnals, capítol 4.


-August havia escrit una tragèdia titulada Àiax, però no satisfet del resultat la va destruir, i un dia que el seu amic, L. Varius, autor de tragèdies, li va preguntar pel seu Àiax, August va respondre:

“In spongiam incumbuit”, S’ha llençat sobre la esponja.

El joc de paraules s’entén si pensem que Àiax es va suïcidar tot llançant-se sobre la pròpia espasa i que els romans utilitzaven una esponja per esborrar la tinta dels papir i pergamins.


-En  certa ocasió un ciutadà li va demanar de feu un donatiu, i, abans que no el fes, ja corria la brama entre la gent que August havia fet un donatiu i no pas petit. August, quan es va tornar a trobar amb el ciutadà li va dir:
“Sed tu, noli credere!”. Però tu, no t’ho creguis pas, eh!


-Un jovenet anomenat Herenni, viciós com pocs, va ser expulsat del campament per August i el noi va lamentar-se:
“I ara com tornaré a casa? Què li diré al meu pare?
I August va respondre:
“Dic me tibi displicuisse”. Digues-li que no t’he agradat.

-Un soldat que, en una escaramussa, havia sofert un cop de roc que li havia deixat un bon trau al front, es vantava sovint d’això, fins que un dia August el va recriminar suaument:
“At tu, cum fugies” numquam post te respexeris”
Però tu, la pròxima vegada que fugis, no miris rere teu.

-L’orador Galba tenia una gepa molt escandalosa. Un dia defensava un judici davant l’emperador i repetia molt sovint la frase
“Corregeix-me si veus alguna cosa per criticar”
I August va dir:
“Ego te monere possum, corrigere non possum”
Jo et puc aconsellar, però no puc corregir-te.

-Vettius havia llaurat la terra del sepulcre del seu pare.
August:
“Hoc est vere monumentum patris colere”
Això si que és tenir cura del sepulcre del pare.

El joc de paraules està en “colere” que significa “tenir cura d’algú o d’alguna cosa, respectar, honorar”, però també conrear el camp, en  sentit literal.

-Certa ocasió va anar a sopar a casa d’altri, perquè rarament rebutjava una invitació. Quan marxava del banquet, molt escàs i amb cap mena d’atencions, quan August s’hi va acostar per dir-li adéu, tan sols li va xiuxiuejar:
“Non putabam me tibi tam familiarem...”
No pensava que fóssim tan amics...

-Un noble romà havia mort deixant amagats deutes per valor de vint milions de sestercis (=dos milions d’Euros, si fa no fa). Quan es van subhastar els seus béns, August va demanar que adquirissin per a ell el coixí d’aquell noble. Davant l’estranyesa d’aquest ordre August va donar la següent explicació:
“Habenda est ad somnum culcita in qua ille, cum tantum deberet, dormire potuit”
S’ha de tenir aquest coixí on ell, malgrat tenir tants deutes, podia dormir tan bé.






domingo, 5 de agosto de 2018

Agost / Augustus





“Són moltes i molt diverses, Eustaci, fill meu, les coses que ens ha donat la natura, però cap d’elles no en ha lligat tant com l’amor que sentim pel que hem engendrat i ha volgut que la nostra principal preocupació sigui educar-los i ensenyar-los, de manera que el pares no poden experimentar cap altra alegria més gran que la de veure que els bons desitjos dels seus fills es fan realitat, ni cap tristesa més gran que passi el contrari.
És per això que per a mi, no hi ha res més important que la teva educació i per oferir-te-la prefereixo que sigui en forma de breus explicacions, que no pas en forma  de llargs discursos.”

Ja veieu amb quina modernitat Macrobi, allà pel segle III, dedicava al seu fill els llibre que coneixem com a Saturnalia.
El llibre, font de coneixement per a una bona pila de temes de l’antiguitat romana, ha caigut a les meves mans per culpa de la novel·la que, alguns ja ho sabeu, estic escrivint amb el poeta Virgili com a tema central.

Però ja que som a l’agost i la canícula apreta com mai,  m’ha semblat oportú recollir l’explicació que fa Macrobi sobre el nom del mes d’agost. I, tot seguint les seves sàvies paraules, dedico el text a les meves filles Clàudia i Èlia, i us convido a llegir-lo a l’ombra o al sofà de casa amb l’aire condicionat engegat, perquè això no hi ha qui ho aguanti.
¡Que tingueu un bon estiu!

Nota bene, la traducció, tant la del text anterior com la del que segueix és mèrit (o demèrit.. ) de qui signa aquestes línies.

Diu Macrobi:

“Després (de juliol) ve el mes d’agost (Augustus), que abans es deia Sextili, el sisè mes, fins que li van posar el nom en honor d’August a partir d’un decret del Senat que deia així:
‘Atès que l’emperador cèsar August, va accedir al seu primer consolat durant el mes sextili, i va rebre tres vegades els honors del triomf a Roma;
Atès que les legions reclutades i guiades per ell des del turó Janículum van seguir els seus auspicis amb fidelitat;
I atès també que en aquest mes Egipte ha caigut sota el poder del poble romà i s’ha posat fi a les guerres civils i que, per aquest motiu, aquest mes és i serà el més afortunat per a l’imperi.
Ha plagut al Senat que aquest  mes s’anomeni August.’

Després s’hi va fer una consulta al Poble sobre aquesta qüestió, a proposta del tribú de la Plebs, Sextus Pacuvius.”



Post scriptum. El decret del Senat fa referènica al final de les guerres civils després de la batalla d’Actium, l’any 31 aC. Aquest, doncs, és el terme post quem, de la nova denominació del mes.


Nota creativa: Aquest post assedegat ha nascut d’una nit insomne per la calor. Espero, tanmateix i paradoxalment, que la nota pugui refrescar una mica, ni que sigui mentalment, les vostres calorades.
La imatge és un bust d’August, jovenet, conservat al Museu nacional de Mèrida. Es conegut com Augustus velatus, perquè du el cap cobert (velatus) per una part de la toga, com esqueia sempre que actuava en funcions de pontífex maximus. Té el típic pentinat amb el serrell “cua de peix”; el nas, com es pot veure, ha patit una petita destrossa, i les orelles... bé, no sembla que l’escultor hagi estat massa afortunat en aquest part de la seva feina...
El tema musical que us proposo es Hymn For The Weekend, de Coldplay . No sé si és molt adient per a la proposta calorosa d’avui, però ja que el post va dedicat a les meves filles, m’ha fet gràcia recordar que sempre que l’escoltem i jo canto (dic “canto”, per dir alguna cosa...) la tornada “So high, So high” Oh-I, Oh-I, Oh” em recorden, amb carinyo, que destrosso la cançó (XD!)



sábado, 29 de julio de 2017

Andes, quell'ombra gentil


Or son parecchi anni io percorreva in un vespro di giugno questa pianura matovana: Lussureggiava la messe nell' allegrezza della estate; tra la verdura ondegginate come un mare, per le strade polvorose, affollate dei tornanti da' mercati,  risonavano i rumori della vita e del lavoro; biancheggiavano le casette giulive tra i grande e diritti alberi; e il tramonto involgeva tutto d'un rosso vaporoso tepore. Giungi a Castel d'Ario; e in iscuole ariose e pulite vidi facce serene di fanciulli e fanciulline fiorenti, u udii da quelle bocche salir canti di gioia ammonenti a virtú. Le madri sorridevano su gli usci, gli uomini slegevano i bobi dai carri e i giovenchi mugolavano da la stalle. Una rocca del medio evo, di cui l'ellera corriditrice velava i crepacci, arrosita da fuochi del tramonto parea vergonarsi della sua inutile e crudeli leggiadria in mezzo a' trionfi della pacifica industria e del lavoro umano. Tra quei canti di fanciulli, tra que' muggiti de giovencchi, in quelli aspetti di bellezza, di forza, di tranquillità, io sentii nel mio cuore lo spirito di Virgilio".

Hace algunos años yo recorría en un atardecer de junio esta llanura mantuana: Resplandecían las mieses en la alegría del verano; entre los prados ondeantes como un mar, por los caminos polvorientos, repletos de los que volvían del mercado, resonaban los rumores de la vida y del trabajo; blanqueaban la casitas joviales entre los árboles robustos e inhiestos; y la puesta de sol envolvía todo con una rojiza vaporosa tibiez. Llegué a Castel d'Ario; y en escuelas aireadas y limpias vi caras serenas de chiquillos y chiquillas florecientes. Y oí salir de aquellas bocas cantos de alegría que invitaban a la virtud. Las madres sonreían desde el umbral, los hombres desuncían los bueyes de los carros, y los becerros mugían en los establos. Una fortaleza de la Edad Media, cuyas grietas ocultaba una hiedra trepadora, enrojecida por los fuegos de la puesta, parecía avergonzarse de su inútil y cruel fealdad en medio del triunfo de la industria pacífica y del trabajo humano. Entre aquellos cantos de chiquillos, entre aquellos mugidos de becerros, en aquella contemplación de belleza, de fuerza, de tranquilidad, yo sentí en mi corazón el espíritu de Virgilio.

Así describía el poeta Giosué Carducci los alrededores de Mantua, en el discurso que pronunció el 30 de noviembre de 1884, con motivo de la construcción de un monumento dedicado a Virgilio en el pueblo de Piètole, la Andes antigua, aldea natal del gran poeta romano.
El monumento, situado en la entrada del pueblo, junto a la carretera que va de Mantua a Parma, consiste en un  pequeño y delicado jardín, en cuyo centro se alza, sobre una gran columna de piedra, la estatua en bronce del poeta, con aspecto noble y sereno, vestido con la toga y coronado de laurel.
Probablemente el paisaje que describía Carducci era mucho más cercano al que pisó Virgilio que el que podemos contemplar hoy: Las mieses de trigo han dejado su paso a grandes extensiones de maíz, los establos son ahora granjas, los caminos polvorientos se han convertido en carreteras asfaltadas y los bueyes y los carros han sido sutituídos por tractores y coches.
Aun así, hoy como antaño, Piètole es un lugar en dónde se respira una gran paz y tranquilidad. Consta de dos núcleos urbanos, Piétole Nuovo, construido en el primer cuarto del siglo XIX, y, a un quilómetro y medio en dirección al río Mincio, Piètole Vecchio. El nucleo antiguo fue incendiado en el siglo XIII y saqueada durante el asedio de Mantua de 1630. A principios del siglo XVIII la zona fue ocupada por los franceses que aplanaron el Mons Vergilii, la colina que Virgilio describe en las Bucólicas, y construyeron allí un fuerte que hoy es una ruina devorada por la maleza.

Es aquí, en Piètole Vecchio, donde Dante situó la antigua Andes:

E quell'ombra gentil, per cui si noma
Pietola più che villa Mantovana

Y aquella sombra ilustre, por que se nombra
Piétola antes que vila Mantuana.

(Purgatorio XVIII 82-83)

Yo también he venido hasta Andes para que mi corazón, como el de Carducci, pudiera sentir el espíritu de Virgilio. Y puedo decir que lo he sentido. Ya lo llevaba dentro cuando pisé las llanuras mantuanas, es cierto. Como también es cierto que hay un lugar en el que ese sentimiento se ha manifestado en toda su radiante plenitud: la Vallazza.
La Vallazza es un pequeño embarcadero junto al rio Mincio, a doscientos metros de Piètole Vecchio, un espacio protegido dentro del ya protegido Parco dil Mincio. Durante mi breve estancia veraniega en Andes / Piètole, el sol inclemente que señorea este mes de julio, con temperaturas que rondan los 40 grados, me ha llevado a buscar las horas frescas del día para dedicarme a pasear, ir en bici, leer y a escribir, ya sea con la primeras luces del alba, o con el vaporoso caer de la tarde (le pido prestado el adjetivo "vaporoso" a Carduccí (me encanta ese adjetivo toda la secuencia de Carducci para describir la puesta, il tramonto, en italiano: "il tramonto involgeva tutto d'un rosso vaporoso tepore". Es un adjetivo muy oportuno, porque, en efecto, a causa de la cercanía del río y de las innumerables acequias que discurren junto a los caminos de la llanura, en el ambiente del alba y de la puesta, un ligera neblina envuelve casa y prados.
Así pues, cuando las luces de mi primer alba en Andes entraron por la ventana de mi habitación, tomo un ligero desayuno, me visto con ropa fresca y cómoda, cojo un ejemplar de las Bucólicas de Virgilio y me dirijo a la Vallazza. La intención no es otra que, con el frescor de la mañana, leer la églogas allí donde nacieron.
Llego hasta el río Mincio por un sendero de tierra. Junto al camino, sombreado incluso en las horas centrales del día, discurre una acequia en la que despuntan cañas y juncos. Se respira una paz inmensa. Una veintena de barcas de pescadores reposan en el pequeño embarcadero y un bosquecillo de chopos cobija un merendero fresco y limpio. El Mincio, en su amplísimo meandro,  fluye silencioso, lento y pausado. Lejos del alboroto de la ciudad, aquí sólo se escucha el canto de las cañas y de las hojas mecidas por la brisa.
Me siento en un banco junto a la orilla. Disfruto durante un buen tiempo de la tranquilidad y del silencio. El alba ya ilumina la mañana y, en poco tiempo, un sol rojizo se alza sobre los árboles de la orilla opuesta y se refleja sobre el río. Dos cisnes se han acercado al embarcadero, buscando comida entre los cañizares. Una gran carpa ha saltado fuera del agua para cazar al vuelo algun insecto que le servirá de desayuno. 
A esas horas aun no hay nadie en la Vallazza. Abro el libro. Quiero que, en un humilde homenaje al poeta, sus versos resuenen de nuevo junto al río, así que leo en voz alta el texto de la primera égloga:

"Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi...·

Como es bien sabido, la primera égloga de Virgilio es un precioso diálogo entre dos pastores, Títiro y Melibeo. Melibeo debe abandonar las tierras paternas a causa de las confiscaciones de tierras que siguieron a la guerra civil. Títiro, en cambio, podrá conservar sus campos gracias a la intervención de un "joven divino", César Octaviano, el futuro emperador Augusto. Todos los comentaristas antiguos y modernos coinciden en que el poema refleja una situación vivida realmente por Virgilio, ya que su familia fue víctima de las confiscaciones, y fue Octaviano quien, por mediación de personajes influyentes como Aisinio Polión,  le restituyó las tierras. Melibeo no muestra ni ira ni rencor sino tan solo una infinita tristeza que transciende lo particular para ser un canto al dolor universal de todos aquellos que, aun hoy, tienen que abandonar su hogares, empujados por las guerras, la intolerancia y la miseria.

Busco en el texto y releeo los versos en donde Virgilio describe los campos (habla Melibeo, dirigiéndose a Títiro):

Fortunate senex, ergo tua rura manebunt...

Afortunado anciano, pues conservarás tus campos,
y bastará con ello. Aunque la roca desnuda
y la marisma cubran de junco fangoso el prado,
no enfermarán las hembras en pastos desconocidos
ni sufrirán los males de los rebaños vecinos.
Aquí, feliz anciano, entre rios conocidos
y entre fuentes sagradas, tendrás una sombra fresca.
Aquí, igual que siempre, junto al seto del vecino,
cuando las abejas liben la flor de la sauceda,
te invitarán al sueño con su zumbido lligero.
Aquí, bajo una peña, cantará tu podador,
y las torcaces, delicias tuyas, no dejarán
de gemir, ni las tórtolas, ni desde la copa de un olmo.


Cierro el libro. Respiro una nueva bocanada de serenidad y regreso con aquello que vine: con Virgilio en el corazón.



Nota: Este escrito ha nacido un día caluroso de julio en Figueres, recordando mi estancia reciente en Andes: los paisajes y situaciones  descritos, el pueblo, el río, los cisnes, son absolutamente objetivos y tangibles. En cuanto al resto, especialmente el uso de los adjetivos y del punto de vista, pertenecen al campo de la percepción subjetiva de la realidad y se quedan, por lo tanto, en el baúl de las emociones. El fragmento del discurso de Carducci y los versos de Virgilio han sido traducidos por quien os habla. Para Virgilio me he decantado por una serie de casi-alejandrinos formados por dos hemistiquios de 5+7 sin rima. La imagen que encabeza esta nota fue captada en el amanecer que se describe en el texto. En cuanto a la música, decidme que me repito, pero tenía que ser un fragmento del "Verano" de Vivaldi. Como yo no entiendo mucho de esto, me he dejado guiar por "el señor Youtube" y he elegido una versión interpretada por Mari Silje Samuelsen:
https://www.youtube.com/watch?v=-fpvdXNcr90


Para ti, lector, con cariño.

domingo, 18 de junio de 2017

Festival



I arriba el gran dia. El dia del festival de ballet de final de curs.
Enrere queden els dies de classe, a les tardes després del cole o de l'institut. Moltes hores d'aprenentatge i de superació, d'intents fallits i de reptes reeixits.
Arriba el dia que nois i noies tenen marcat en vermell en el seu calendari particular. El dia en què pujaran dalt de l'escenari per regalar-nos tot el que han après.
Ja són entre bastidors. Barreja de nervis i d'il·lusió. Els monyos impecables, el maquillatge resplendent, les sabatilles alades, el vestuari delicat, malles ajustades, tutús, faldilles voladores, vels subtils, capes majestuoses.
I els colors: abundor de blanc setinat, esclats de vermells, guspires de liles i blaus...
S'apaguen el llums. S'alça el teló. És el seu moment. Dos minuts de glòria sota els focus i sota la mirada emocionada dels seus.
He de confessar que abans, no fa gaire, el festival de ballet anual era un dia que se'm feia difícil d'empassar (i molts del pares i mares que m'esteu llegint sabeu de què us parlo...).
Em passava l'hora pendent del moment en què havien de sortir les meves filles (la Clàudia i l'Èlia), i aleshores tota l'atenció, tots els sentits eren posats en el ball i en la música: Emoció a flor de pell i orgull de pare. La resta de l'espectacle -què us diré que no podeu endevinar?- podia convertir-se en una tediosa espera que calia assumir de la millor manera possible, fins que baixava el teló i tornava a aixecar-se perquè els ballarins i ballarines fessin l'agraïment públic en forma de ram de flors a la seva professora.
I apa, cap a dinar, que és fa tard...
D'un temps ençà, en canvi, visc el festival d'un altra forma. És evident que continuo pendent de saber en quin número de ball actuen les meves noies i que aquell és el moment més especial de tot l'espectacle  (i tots del pares i mares que m'esteu llegint sabeu de què us parlo...). I no puc negar que si la funció fos una mica més curta també ho agrairia, perquè a partir de l'hora i quart de dansa, la butaca comença a fer-se incòmoda...
Dit això, he de confessar que ara ja no estic pendent només de les meves filles, com toca i correspon, sinó que em ve de gust passar una bona estona gaudint de la dansa i de tot el que els dansaires ens volen oferir. Ja sabem que no són professionals i que algunes peces poden agradar més que altres, però sempre deixen sobre l'escenari grans dosis d'il·lusió, d'esforç i de ganes. A més, m'agrada trobar-me entre els ballarins alumnes de l'institut i els fills i filles d 'amics i coneguts.
Així que em relaxo i començo a gaudir des de que s'apaguen els llums, sona la música i comencen tota la sèrie de pliés, relevés, pas-de-bourreés, jetés, ecartés.. un vocabulari que a casa ja és prou familiar (tot i que m'han de recordar sovint què signifiquen i que ara mateix he hagut  de consultar en el diccionari per escriure-ho correctament).
Em passa, a més, una cosa molt curiosa. Com que les meves filles van començar a ballar de molt petites (devien tenir 4 o 5 anys), quan van sortint les diferents ballarines agrupades per edats: les més petitones, encara maldestres però sempre ovacionades pel públic amb un "què mones! quasi unànime; les mitjanes, les quasi-grans, les grans... per a mi és com veure passar les edats de les meves filles en un sol dia.
No sé si és per allò dels paradisos perduts de la infantesa, per la consciència del pas inexorable del temps o, simplement perquè la música té aquest poder, però la qüestió és que en algun moment del festival (generalment sota els acords de Vivaldi o de Tchaikovsky), a traïció, sense avisar, inesperada i catàrtica,  llisca una llàgrima.


Aquesta nota vol ser un petit homenatge a les noies i noies que fan possible el festival i molt particularment a la professora Àngels Ballart que tanta dedicació i entusiasme hi posa. La imatge superior és la de tres princeses, de esquerra a dreta Laia, Èlia i Marina. La Clàudia no va va poder ballar aquest dia, però va fer un video precios per acompanyar una peça de ball. 
La música que us proposo és una de les peces que van ballar aquest dia, és la "Dansa de les hores" d'Amilcare Poncielli: https://www.youtube.com/watch?v=aSo9xe_uKLw


Nota lèxica: catàrtica... (mira, us volia posar el significat, però he pensat... I si aneu al diccionari i us treballeu una mica? -ho dic amb carinyo eeee! XD!-)